Il diritto all’oblio

Cosa è il diritto ad essere dimenticati, meglio noto come diritto all’oblio?

La pagine della cronaca italiana e non solo, dall’avvento dei social network, si riempiono sempre di più di eventi collegati ad un cattivo utilizzo dei dati sensibili e/o addirittura di video o immagini che mettono a nudo (nel vero senso) la vita privata delle persone.


E’ troppo facile fare riferimento al caso della povera ragazza napoletana che decise di suicidarsi in seguito alla diffusione di un video hard, che la vedeva protagonista, sul web e purtroppo non è il solo caso.
Un’altra ragazza italiana decise di togliersi la vita, per fatti molto simili, non riuscendo più a reggere il ricatto, da parte di tre “amici”, che la minacciavano di diffondere vari filmati hot.
Questi sono solo due casi, tragici, che devono farci riflettere su un aspetto molto delicato, legato al mondo dei social network e delle informazioni che da loro possono essere veicolate in rete o dalla rete, introdotte sulle piattaforme.
Il mondo virtuale è ormai più spietato e addirittura opprime quelle persone che per un loro motivo, privato, si sono esposte, fino a schiacciarle psicologicamente. Questi due avvenimenti, quindi, ci fanno riflettere su quanto sia importante il cosiddetto diritto all’oblio, ovvero la possibilità che il nostro privato (immagini, video, audio etc) possa essere cancellato definitivamente dai motori di ricerca e dalle reti social perché è solo di nostra proprietà.
Il diritto all’oblio è infatti una “forma di garanzia” sancita dalla Corte di Giustizia europea e definita all’art. 17 del regolamento GDPR (UE/2016/679) che definisce prassi e modalità affinchè i motori di ricerca provvedano a dare agli utenti della Rete la possibilità di veder cancellati link a dati e materiali ritenuti “inadeguati o non più rilevanti”.
Vi sono anche dei riferimenti giurisprudenziali, infatti con sentenza della Corte (approvata dopo un lungo dibattito) risalente al maggio 2014, i dati sottoposti a tale procedura possono comprendere casi di foto e video hard, cyberbullismo, ma anche riferimenti a processi e attività giudiziarie che coinvolgono o hanno coinvolto un privato.
I più famosi motori di ricerca hanno così implementato la possibilità di cancellare determinato materiale da internet. Google, per esempio, ha messo a disposizione online una pagina per chiedere questo genere di rimozione; allo scorso luglio i link già eliminati erano 580mila (dall’Italia erano giunte 897 istanze legali). Su Youtube è invece possible segnalare video, commenti, spam e abusi; la richiesta viene quindi esaminata dalla piattaforma. Su Facebook esiste la possibilità di “segnalare” un post, una foto oppure un commento.
Già nel 2009, in Spagna, un avvocato interpellò l’Agenzia locale di protezione dati dopo aver trovato, attraverso Google, un articolo , datato 1998, che trattava i suoi debiti dell’epoca. Tra le parti si scatenò una causa e alla fine la Corte di giustizia concesse al legale il diritto alla rimozione dei link.
Per procedere alla cancellazione è comunque necessaria una verifica del possibile interesse pubblico di un certo materiale, in opposizione appunto al diritto alla privacy. E’ proprio questo uno degli aspetti “spinosi” del diritto all’oblio, per il quale può intervenire anche il Garante della privacy.
Cancellare le proprie tracce dalla sconfinata Rete non è così semplice.
Ancora oggi in Italia, non si riesce a fermare questa diffusione rapida di contenuti personali; basti pensare che il video hard della povera ragazza napoletana, è ancora oggi presente, seppur in quantità minima, su alcuni siti web, nonostante la richiesta formale, da parte della famiglia della ragazza, di far eliminare una qualunque traccia.
La domanda da porsi allora è? Come si può avere la certezza che ciò che viene eliminato, su richiesta, sia realmente debellato da motori di ricerca e reti social? La risposta non è semplice, bisogna considerare anche l’attualità dell’oggetto e il ruolo che ha nella comunità, la persona che richiede l’eliminazione (questo quanto detto dal Garante della Privacy).
Il nuovo regolamento sulla privacy (Gdpr), in merito alla questione del diritto all’oblio, ha sviluppato il concetto della sentenza della Corte Europea del maggio del 2014 (causa C-131/12), definendolo diritto alla cancellazione; sostanzialmente si conferma il diritto alla cancellazione di contenuti richiesti, in modo tale da non essere presenti nell’indicizzazione sui motori di ricerca, specificando, però, che questo diritto non è assoluto ma presenta un limite legato alla libertà di stampa e di cronaca (vale a dire che se il contenuto non tratta temi strettamente personali che possono ledere la propria dignità o che vadano a toccare l’illecito, può non essere eliminato).
Inoltre, passaggio da sottolineare, la richiesta di cancellazione deve riguardare un contenuto che sia legato, nel momento in cui si va a fare una ricerca su Google, al nome e al cognome dell’interessato.
Per chi volesse eliminare un contenuto, quindi, che ritiene abbia i requisiti fondamentali affinché sia applicato il diritto all’oblio, può rivolgersi al nostro studio, contattandoci per è-mail o inviando un messaggio anche da questa pagina, ci attiveremo insieme per cautelare la privacy della propria persona.
E’ importante, quindi, che non ci siano più casi come quelli ormai troppo e tristemente noti, perché la vita reale non può essere distrutta da un mondo virtuale.

Monica Mandico

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